Resistere all’ordine della necropolitica – Francesca Biancani su “il manifesto”
Francesca Biancani – il manifesto – 26 giugno 2026
È il 27 dicembre 2024. Hussam Abu Safiya, pediatra e direttore dell’ultimo ospedale rimasto operativo a Gaza, il Kamal Radwan, esce dall’atrio del Pronto Soccorso e inizia ad avanzare, in mezzo a un paesaggio apocalittico, verso il cannone puntato di un Merkava che gli troneggia davanti, sulla sommità di uno degli immensi cumuli di macerie tutt’intorno. Nell’incedere dell’uomo non vi è niente di eroico, al contrario c’è una gravitas dimessa. Abu Safiya è esposto e inerme. Eppure è sconvolgente la forza della compostezza e dignità che emana mentre si avvicina al carrarmato, nel suo camice, il simbolo del patto contratto come medico, l’impegno alla cura e alla difesa della vita. È un uomo che incarna in quel momento il senso della superiorità della logica della vita di fronte al totale dispiegamento del potere necropolitico del progetto sionista.
Sarebbe veramente difficile trovare un’altra immagine che riuscisse a incapsulare in maniera così potente e precisa, grafica appunto, un puzzle teorico complesso come quello presentato da Morire e vivere in Palestina. Cura e riproduzione sociale contro il genocidio curato da Tithi Bhattacharya e Susan Ferguson (Alegre, pp. 240, euro 18, traduzione di Giulia Incelli).
I VARI SAGGI che compongono l’opera mostrano le pratiche necropolitiche attraverso cui Israele debilita da sempre la vita palestinese, ma anche il repertorio di azioni materiali e simboliche attraverso cui questa viene continuamente e caparbiamente creata e ricreata a dispetto della determinazione del progetto sionista di «dare la morte» ai Palestinesi. È dunque un libro che parla di sumud, resilienza e attaccamento alla vita, attraverso una lente concettuale che non è però quella più consueta degli studi decoloniali e indigeni, ma la teoria marxista femminista della riproduzione sociale. Essa viene qui testata oltre i suoi confini più usuali, cioè quelli dello studio della relazione ambivalente, al contempo di svalutazione e dipendenza, tra lavoro riproduttivo quotidiano e generazionale della classe lavoratrice e capitale. La capacità di esporre e leggere questa dialettica di cooptazione, repressione e invisibilizzazione fa della teoria della riproduzione sociale, in maniera inedita e originale, una lente efficacissima per comprendere anche il colonialismo.
COLONIALISMO che ha una analoga tensione tra orientamenti: uno biopolitico, volto a conservare ed espandere le capacità produttive della popolazione assoggettata in maniera utile al potere dominante; e uno necropolitico, volto a contenerle, finanche a reprimerle, nello specifico sistema di colonialismo di insediamento.
In alcuni casi, i colonizzatori hanno distrutto immediatamente la vita nativa (Canada, Stati Uniti), in altri casi le élites coloniali hanno cercato di reiscrivere la popolazione nativa nella matrice del controllo, sfruttandola come forza lavoro a basso costo (Sudafrica). In Israele/Palestina, lo squilibrio demografico tra coloni ebrei e popolazione palestinese autoctona, all’interno di un’area geografica più vasta abitata da popolazioni arabe in stati in via di consolidamento a partire dal Secondo Dopoguerra, ha differito la realizzazione della potenzialità genocidaria insita nell’etnonazionalismo ebraico. In altre parole, il colonialismo di insediamento israeliano ha costituito un anacronismo storico fino a quando tecnologia militare e permissività internazionale hanno determinato il superamento della tendenza biopolitica allo sfruttamento economico del popolo palestinese, a favore della sempre latente prospettiva eliminazionista, come drammaticamente è avvenuto nell’ottobre 2023.
SE UNA LETTURA BIOPOLITICA della resilienza palestinese non prescinde di per sé stessa dalla logica ordinatrice del potere che la genera, ma la documenta, la prospettiva femminista della teoria della riproduzione sociale al centro di questo necessario libro fa invece qualcosa di ben diverso: mette al centro il modo in cui, lungo tutto il continuum biopolitico/necropolitico della Questione Palestinese, i Palestinesi abbiano e continuino a esperire e a resistere a queste forme di dominio ricostituendo la propria agentività nella loro «banalmente straordinaria» capacità di rimanere umani, ricreare vita e bellezza in mezzo allo sterminio collettivo, alla distruzione di centri di cura, scuole e ogni altra infrastruttura civile, continuando a prendersi cura dei propri figli, a cercare di nutrirli, educarli, a sposarsi, a rinsaldare vincoli comunitari, leggere, scrivere, narrare, sognare. «Un’aggressione creativa» all’ordine delle cose, la chiama Ruth Wilson Gilmore nella splendida prefazione, la cui prospettiva emancipatrice universale non sfuggirà a chi riconosca che le forze di morte che stanno operando e si concentrano in Palestina con violenza smodata costituiscono la ramificazione di un imperialismo globale sempre più rapace, estrattivo e organizzato, che ha definitivamente dichiarato guerra alla vita ovunque.
