Tea Rooms. Operaie della ristorazione di Luisa Carnés – Elisabetta Favale da “Linkiesta”
da Linkiesta
“E dato che i rimborsi rapidi sono l’anima del commercio, ho fiducia che lei vorrà trovare un mezzo per rendermi disponibili i proventi di questa operazione sulle borse di Londra o Parigi […] Con un timido sguardo obliquo Matilde cerca di abbracciare quel che le sta intorno. […] Quante scale, quanti uffici ha visitato Matilde negli ultimi mesi? Quante volte ha scritto nome e firma sotto una lettera commerciale.”
Matilde è l’alter ego dell’autrice, Luisa Carnés che con questo bellissimo libro, Tea rooms, racconta nel 1934 la condizione delle donne lavoratrici di Spagna.
La Carnés è nata nel 1908, gli anni Trenta in Spagna furono anni di grandi difficoltà e instabilità politica, nel 1923 c’era stato il colpo di Stato di Miguel Primo de Riviera, nel 1931 fu il momento del cosiddetto “biennio rosso” con un governo repubblicano e nel 1934 si arrivò al biennio Nero. Questo è il contesto politico e sociale che fa da sfondo al romanzo.
Il coraggio, oltre che il talento di questa donna, appare chiarissimo in Tea rooms che affronta in modo esplicito non solo i problemi delle classi sociali meno abbienti ma anche e soprattutto quelli legati alla enorme disparità di genere.
Luisa Carnés auspicava la possibilità di lottare per l’emancipazione delle donne lavoratrici, emancipazione dalla famiglia d’origine, dalla sorte che imponeva alle donne di abdicare a qualunque ruolo per votarsi a quello di moglie e madre e per le più sfortunate il destino era quello della prostituzione.
Tea rooms è un romanzo di denuncia, modernissimo, sorprendente se si riflette anche sul fatto che l’autrice crebbe in una famiglia povera e senza possibilità di assicurarle una istruzione eppure esercitò la professione di giornalista e scrisse diversi racconti e romanzi.
“Esperanza esce dalla sala da tè avvolta nel suo grembiule di cui non si riconosce più il colore originario. Si dirige di fretta verso gli ufficio della Gran Via dove fa le pulizie. Prudente, una volta distante dalla sala, estrae da una tasca della carta appallottolata al cui interno vi sono dei ritagli di prosciutto cotto che ingoia rapidamente. Quando riesce raccoglie dall’affettatrice gli scarti del giorno prima […] chi non ruba è perché non ne ha l’occasione.”
La fame è raccontata con tale coinvolgimento, le immagini di queste operaie che a turno vengono descritte afflitte dalla mancanza dei beni primari per la sopravvivenza sono realistiche, Luisa Carnés aveva una scrittura molto cinematografica, i dialoghi veloci e perfettamente “adattati” al contesto sociale, ho letto parte del romanzo anche in spagnolo per capire meglio lo stile di questa straordinaria autrice e ne sono rimasta incantata.
“È passato il tempo in cui le donne che si preoccupavano della vita sociale e politica venivano considerate ridicole e mascoline. Prima credevamo che la donna servisse solo a pregare e a rammendare i calzini al marito. Oggi sappiamo che i pianti e le preghiere non servono a niente. Le lacrime ci danno il mal di testa e la religione ci abbrutisce, ci rende superstiziose e ignoranti.”
Luisa Carnés parla anche dell’oggettivazione del corpo femminile, della possibilità di sfuggire a un destino scritto.
“Trini è una ragazza magnifica, quella che si definisce sotto tutti i punti di vista una brava ragazza, ma è incredibile come la necessità atrofizzi e deformi i criteri della moralità. Ma a guardar bene cos’è la moralità?”
Una impressionista, ecco che pittrice sarebbe stata Luisa Carnés, le sue descrizioni sono molto belle, la prosa è diretta, senza inutili giri di parole.
Matilde è la protagonista indiscussa e “rappresenta una rara e preziosa deviazione dal senso comune” ma c’è anche Paca “trent’anni, tutti squallidi e brutti”, Antonia che “è eccessivamente grassa, cammina con passo da papero, ha le mani rotonde, molli, colorate. Antonia è vedova, ma questo in sala è un segreto per tutti”. Laurita “adora i bei vestiti, le scarpe costose, i lussi. Laurita ritiene che in virtù del suo rapporto con l’orco sia autorizzata ad arrivare regolarmente in ritardo”.
Il microcosmo di questa sala da tè diventa testimonianza di un’epoca filtrata attraverso le esigenze fisiche delle protagoniste, non c’è tempo per le divagazioni se la pancia è vuota e se la dignità è del tutto calpestata.
Un ritratto di donna, un affresco storico, un piccolo capolavoro in sole 171 pagine.
