Troppe aspettative da mettere in gioco – Matteo Pucciarelli su “il Venerdì”
Matteo Pucciarelli – il Venerdì – 4 aprile 2025
L’ultimo libro di Wu Ming 4 si intitola Il calcio del figlio. Storia di genitori, figli e pallone (Alegre). E quasi con la scusa di raccontare i propri dodici anni appresso al primo figlio nei campetti di periferia, tra scuole calcio, spogliatoi puzzolenti, genitori esaltati o esauriti, tratteggia una specie di autobiografia nazionale.
Allenamenti, azioni, trasferte, cambi di allenatore e di squadra. Dovesse isolare il momento più bello?
«Una scena a cui ho assistito mille volte: i ragazzi che escono dallo spogliatoio ed entrano in campo. Mi hanno sempre trasmesso l’idea di un’unione di intenti, l’entusiasmo di un inizio a cui ci si è preparati».
Il peggiore?
«Quando ho capito che la squadra in cui mio figlio era cresciuto fin da piccolo si sarebbe sfaldata. È stato un giro di boa inevitabile, ma non per questo facile da accettare».
Le cronache raccontano spesso di risse tra genitori sugli spalti. E a un certo punto anche lei rischia di perdere i “freni inibitori”. Non è stato liberatorio quell’istinto?
«Forse lo sarebbe stato per me, ma avrei messo in imbarazzo mio figlio».
Nel libro a uscire meglio sono proprio i giovani calciatori: riescono spesso a capirsi, a fare gruppo e ad aiutarsi. I battibecchi ci sono più sugli spalti che negli spogliatoi. Le nuove generazioni sono migliori di chi, andando avanti con l’età, comincia ad accettare il presente per quel che è?
«Gli unici eroi della storia che ho raccontato sono i ragazzi. Il mondo degli adulti che li circonda è fallimentare. Non c’è solo la disillusione dell’età adulta, quanto piuttosto cercare un riscatto riversando sulla generazione più giovane le nostre frustrazioni. È una cosa profondamente ingiusta e che non smette di farmi incazzare. Soprattutto quando mi accorgo che tocca anche me. Nella società si è imposto un discorso dominante di tipo individualistico e concorrenziale. Ma noi possiamo provare a crescere figli e figlie con un senso diverso del fare le cose insieme agli altri. L’aria che tira non dipende da noi, il modo in cui l’affrontiamo, in parte, sì».
Si stava meglio quando si imparava a giocare nei cortili, lasciando i bambini liberi?
«I bei tempi non sono mai esistiti. Il calcio di una volta aveva pregi e difetti rispetto a quello odierno. Ciò non toglie che oggi in Italia un bambino deve pagare salato per frequentare una scuola calcio, dove spesso non gli vengono nemmeno insegnati i fondamentali tecnici, solo la tattica. E deve pure reggere il peso dell’aspettativa di mamma e papà, che ci mettono soldi, tempo libero, investimento emotivo. Sarebbe diverso se lo sport venisse fatto a scuola e gestito da educatori preparati, com’è in altri Paesi. Ma non c’è da farsi illusioni, visto il trattamento che viene riservato alla scuola pubblica da trent’anni a questa parte».
Con i campetti per lei è finita qui?
«Credo di sì. Oggi vado a vedere le partite del figlio più piccolo, me le godo senza ansia né aspettative. Va benissimo così. Vedere i ragazzini che giocano è una cosa che riconcilia col calcio e con la vita».
