Vedi Taranto e poi muori – Giancarlo De Cataldo su “Robinson”
Giancarlo De Cataldo – Robinson – 23 marzo 2025
Nei giorni scorsi, causa situazione debitoria, la squadra di calcio della città di Taranto è stata cancellata da tutti i campionati. Potrà ricominciare dall’Eccellenza. Nei giorni scorsi il sindaco di Taranto è stato sfiduciato. Se ne riparlerà alle elezioni di giugno. Nei giorni scorsi, ma anche in quelli precedenti, precedenti da tanto, ha continuato ad acuirsi la crisi dell’Ilva. Poi dice i tarantini sono gente incupita, gente che si fa prendere dal “malesangue”, il sangue amaro. Ma il “malesangue”, oltre che alla depressione e al malumore, può indirizzare anche alla lotta, alla riscossa, alla creazione di un combattivo e insopprimibile spirito di comunità. È la lezione, il messaggio, se vogliamo, che Raffaele Cataldi trasmette in questo suo Malesangue – storia di un operario dell’Ilva di Taranto.
Un po’ saggio, un po’ autobiografia, molto grido scagliato all’indirizzo dell’intollerabile, e storicamente documentato, accumulo di ingiustizie che si è accanito nell’ultimo mezzo secolo contro la martoriata città dei Due Mari.
Calcio, politica e, naturalmente, industria, sono i poli di riferimento della costellazione esistenziale e relazionale di Raffaele, classe 1970. Il calcio per via di una passione ereditata dal padre che lo conduce al ruolo meno ambito: il portiere. Ruolo interpretato sul campo e, oggi, come allenatore professionista di numero uno. Ma non hai mai la sensazione che sia un ripiego – quello scarso fra i pali, vai vai – piuttosto una scelta precisa: il portiere come stratega difensivo, e, se vogliamo, come ultimo baluardo. Una passione divorante: chiunque abbia anche una singola goccia di sangue tarantino sa quanto vibrante, maradoniano, sia ancora in città il culto di Erasmo Iacovone, eroe di un impossibile riscatto, l’ennesimo, centravanti di un sogno interrotto al tramonto degli anni Settanta, investito da un’auto rubata a luci spente e in fuga, ci ricorda Raffaele, e immortalato nel nome dello stadio e in Cuore di cuoio, struggente e ironico romanzo di formazione dell’autore tarantino Cosimo Argentina. L’industria perché come tanti suoi compatrioti a un certo punto Raffaele finisce a lavorare in Ilva, o, come si è continuato a dire per anni, “al siderurgico”. E qui « il miracolo dell’acciaio fra gli ulivi» che lodava all’inizio degli anni Sessanta la stampa dell’Italia del boom si fa un luogo oscuro, dominato da capetti arroganti, imprenditori ostili, regole vessatorie. La discriminazione e il mobbing sono in agguato per chi osa protestare. La città appare inerte, indifferente, lontana. La fabbrica diviene protagonista di un matrimonio mai consumato, un mix di colonizzazione e rifiuto, sino all’esplosione della tragica questione ambientale. E la politica, infine. Il distacco dai sindacati tradizionali, percepiti come alleati di un complesso industriale con il quale il comitato “Cittadini lavoratori liberi e pensanti”, fondato nel 2012 fra gli altri da Raffaele, non intende in alcun modo scendere a patti. Magari con un surplus di malesangue, dopo che in un viaggio in un’unità berlinese si apprende che là in Germania padron Riva gestisce un impianto all’avanguardia anche sotto il profilo della salute di territorio e di lavoratori: e la furia contro le polveri sottili e il ciclo dell’acciaio versione “ Magna Grecia” cresce. Nella visione di questo operaio- scrittore (da quanti anni non li accostavamo, questi due termini?) e del comitato la Fabbrica, il Moloch, altro non è che una dispensatrice di morte. E dunque, senza compromessi, va chiusa. E per Taranto va ripensato un diverso futuro.
Non sempre l’asprezza barricadera che connota la scrittura di Raffaele Cataldi è condivisibile: leggendo, a esempio, l’elenco degli ospiti del Primo Maggio tarentino – perla comunicativa del Comitato, al pari del magnifico film Palazzina LAF dell’altro paisà, Michele Riondino – ti chiedi come facciano a stare insieme le Madri di Plaza de Mayo, Varoufakis, i NO- TAP e i radicali di Marco Cappato. Icastica raffigurazione delle divisioni, nel caso Taranto insanabili, fra sinistra di lotta e di governo. Il tema dell’acciaio è sommamente divisivo: impossibile sopravvivere senza industria, per uno schieramento più “tradizionalista”. Senza acciaio non solo si sopravvive, ma si rivive, per Raffaele e i suoi.
Ma il senso del libro, comunque la pensiate, resta alto: «io so, e spero che ora lo sappiate anche voi, che in questa città, per non fare solo malesangue bisogna agire collettivamente, trovando insieme il coraggio di voltare le spalle all’acciaio».
