William Morris, alter ego per una militanza bruciante – Antonio Montefusco – “il manifesto”
Antonio Montefusco – il manifesto – 1 novembre 2025
William Morris (morto nel 1896) è ricordato solitamente perché avrebbe ispirato, con il suo medievalismo fantastico, l’immaginario di Tolkien. È un’affermazione vera, ma riduttiva. Morris animò generosamente il movimento Arts & Craft e produsse, con la sua industria, una serie di prodotti leggendari, come la tappezzeria della antica Biblioteca Union di Oxford; il lavoro artigianale era per lui un antidoto all’alienazione della produzione in serie, un mezzo per ritrovare la gioia che ispirò gli esperimenti di design radicale di Enzo Mari agli inizi degli anni ’70, quando quest’ultimo chiedeva agli operai di riprodurre un progetto senza badare alle imperfezioni di ogni prodotto individuale. Ma, soprattutto, questo autore romantico amico dei Preraffaelliti e appassionato di saghe nordiche e di medioevo divenne, tra anni ’50 e ’70, una cartina di tornasole per il marxismo britannico.
IL PIÙ ANTI-DOGMATICO degli storici inglesi, Edward Thompson, gli dedicò una biografia monumentale nel 1955. Alle soglie del rapporto Krusciov, Thompson, iscritto al piccolo partito comunista inglese (come Eric Hobsbawn) volle dimostrare che Morris era un comunista a tutti gli effetti, e anzi un marxista. Nel 1956, Thompson uscì dal partito come molti intellettuali; quando ripubblicò il suo libro nel 1977, gli aggiunse una celeberrima postfazione (oggi disponibile nella New Left Review) in cui riaffermò la tesi centrale della sua ricostruzione: la formazione romantica di Morris e la sua idealizzazione onirica (più che fantastica) del Medioevo conteneva una critica del capitalismo che ebbe modo di svilupparsi e precisarsi a contatto con il nascente movimento socialista inglese, a cui l’autore aderì all’incirca nel 1880. Immerso nella militanza di base, Morris trasformò questo tema romantico in una radicale idea di società e della divisione del lavoro. È questo radicamento nella prassi delle idee che erano state di Wordsworth, Dante Gabriele Rossetti e Ruskin che Thompson chiamò – con una delle sue formule fulminanti – «fiume di fuoco» (river of fire).

NONOSTANTE ENGELS lo accomodasse nella categoria polemica dell’utopia, Morris fu capace, forse più dei padri fondatori, di cogliere la sfida di «immaginare» la società socialista: così, il suo capolavoro News form Nowhere (1891) esplora una società in cui la collettivizzazione dei mezzi di produzione convive con il piacere del lavoro e il rifiuto dell’autoritarismo. Non a caso, il libro fu pubblicato a strettissimo giro dalla mitica Ernestina d’Errico (1895), traduttrice delle opere di Marx e Lassalle. Sempre il Thompson, teorico del farsi della coscienza di classe nel libro del 1963 (The making of the English Working Class), metteva al centro della metamorfosi del romanticismo pre-raffaellita di Morris il sogno: è un sogno quello di William Guest nelle News, ma anche quello di Il Sogno di John Ball (pp. 144, euro 15), che Alegre propone in una bella traduzione curata da Wu Ming 4, che aggiunge anche delle note essenziali, ma indispensabili per comprendere alcuni riferimenti storici del libro.
A sognare, stavolta, è un uomo dell’Essex: non è più ospite (guest) del futuro, ma curioso esploratore del passato, con «una lingua che sa usare i versi». Un poeta, insomma, proprio come l’autore di cui costituisce la maschera e di cui si fa curioso portavoce. Siamo nel Kent, provincia meridionale dell’Inghilterra, nel 1381, e contadini e artigiani inglesi si preparano allo scontro con le truppe al servizio dell’odiatissimo duca John di Lancaster, che regge la corona in nome del nipote Riccardo II. Morris decide di non raccontare gli eventi straordinari di questa rivolta medievale, forse quella che ebbe più successo tra le insurrezioni che si susseguirono in Europa sullo scorcio del Trecento, secolo di peste e di crisi. Quelle toscane – guidate dai lavoratori del tessile, i Ciompi – furono non solo represse nel sangue, ma ne venne quasi cancellata la memoria.
NELLA FEUDALE INGHILTERRA, diversa dalla sofisticata Firenze, una larga fetta di popolazione decise di mettersi al seguito del prete di St. Albans John Ball, protagonista di una predicazione infuocata. La sua parola bruciante, per la quale fu più volte imprigionato, sosteneva chiaramente che l’ingiustizia nasceva nella società a causa dell’esistenza delle classi; sono parole basate sulla Bibbia («quando Adamo zappava ed Eva filava, dov’erano i nobili?») ma anche sulla letteratura in volgare, che in quegli anni cominciava a far circolare tematiche anticlericali e mitologie di vendetta sociale: nel poema Piers Plowman (1377) i frati erano rapaci e ladri (come nel Decameron) e Robin Hood era un eroe.
John Ball è al centro del romanzo di Morris, che è un racconto descrittivo e parlato: si sofferma sulla bellezza del paesaggio medievale come sugli interni delle case contadine del Kent e dedica la metà delle sue pagine alla predica del prete comunista e a un lungo scambio con l’alter ego dell’autore. Nella seconda e ultima parte, infatti, John lo interroga sul futuro. L’alter ego in sogno si prende il carico, difficilissimo, di spiegare non tanto il destino individuale degli insorti: Ball sa di essere destinato alla morte, e così anche molti dei suoi compagni di lotta. Il punto cruciale al cuore del dialogo è cercare di tenere insieme la memoria della lotta del passato e il fardello della militanza futura.
È LA MIGLIORE dimostrazione dell’interpretazione di Thompson e della sua idea del sogno come potente strumento di interpretazione della realtà. La lotta del 1381 fu, in sé, vittoriosa: la servitù, molto diffusa, venne di fatto superata; ma l’uomo dell’Essex/Morris afferma stentoreo, e con un rivolo di fremito pessimista nella schiena: «lottate contro la servitù della gleba, che è in declino, mentre loro (i lavoratori del futuro) lotteranno contro lo sfruttamento, che sarà in ascesa». È difficile trovare in letteratura una migliore rappresentazione di quel misterioso appuntamento tra generazioni in lotta che Benjamin chiese, in un momento storico buio come il nostro, di verificare agli storici marxisti.
