William Morris, il fantasy profetico del socialista che amava il bello – Michele Mari “La Repubblica”
Michele Mari – La Repubblica – 16 ottobre 2025
Per aggredire criticamente e satiricamente la società del proprio tempo Montesquieu immaginò che due viaggiatori persiani, durante il loro soggiorno a Parigi, scrivessero in patria descrivendo usi e costumi per loro bizzarri se non incomprensibili: nacquero così le Lettere persiane (1721), uno dei più illustri esempi di quel procedimento retorico-fantastico noto come straniamento. Cinque anni dopo, Swift ricorse allo stesso espediente pubblicando la prima edizione dei Viaggi di Gulliver, dove la società britannica è sì criticata da un inglese, ma attraverso l’invenzione di mondi solo apparentemente diversi. A imitazione di Swift, nel secolo successivo, sarebbero poi apparsi l’Erewhon (anagramma di nowhere, «da nessuna parte») di Samuel Butler (1872) e quel gioiello di Flatlandia (1884), ambientato da Edwin Abbott nel regno della geometria; così come, per arrivare a tempi più vicini ai nostri, Orwell scelse gli animali di una fattoria per rappresentare la degenerazione degli ideali del marxismo-leninismo (1945, guarda caso lo stesso anno della Famosa invasione degli orsi in Sicilia di Dino Buzzati).
Nel romanzo Il sogno di John Ball (1888) William Morris declina la medesima strategia in chiave temporale, immaginando (tramite il topos del sogno) che il narratore, uomo della modernità, si trovi nel Medioevo inglese ai tempi della cosiddetta rivolta dei contadini, fra i cui fomentatori il reverendo John Ball venne giustiziato nel 1381. Il narratore osserva quel mondo e apparentemente studia il predicatore: in realtà è quest’ultimo che, chiedendogli come sarà il futuro, dà modo a Morris di raffigurare l’essenza del capitalismo e di raccontare il periodico fallimento di ogni ideale rivoluzionario, pur nell’auspicio che, altrettanto periodicamente, ogni rivoluzione sarà sempre più radicale della precedente.
Un romanzo fantasy, dunque, che è anche un romanzo storico e soprattutto un romanzo politico, esattamente come furono la vita e l’opera di William Morris (1834-1896). Poeta, narratore, pittore, decoratore, editore, architetto (non di diritto ma di fatto), pubblicista, Morris fu uno dei maggiori protagonisti del revival medioevale di fine Ottocento: compagno di strada dei preraffaeliti (in primis Dante Gabriele Rossetti ed Edward Burne-Jones), sodale di John Ruskin, collaboratore di un architetto anticlassico come Philip Webb, scrisse poesie su temi arturiani e norreni e romanzi fantastici da cui, per sua stessa ammissione, si riconobbe influenzato nientemeno che Tolkien; al tempo stesso, non “nonostante” il suo medievalismo ma paradossalmente per suo tramite, militò fra i primi socialisti inglesi, fondando una Socialist League che, sconfessando la crescente industrializzazione, propugnava il ritorno a ritmi di lavoro più umani e alla perduta creatività dell’artigianato (per questo, forse, Friedrich Engels lo definì «ricchissimo artista appassionato ma politico di scarso talento»).
Per aggredire criticamente e satiricamente la società del proprio tempo Montesquieu immaginò che due viaggiatori persiani, durante il loro soggiorno a Parigi, scrivessero in patria descrivendo usi e costumi per loro bizzarri se non incomprensibili: nacquero così le Lettere persiane (1721), uno dei più illustri esempi di quel procedimento retorico-fantastico noto come straniamento. Cinque anni dopo, Swift ricorse allo stesso espediente pubblicando la prima edizione dei Viaggi di Gulliver, dove la società britannica è sì criticata da un inglese, ma attraverso l’invenzione di mondi solo apparentemente diversi. A imitazione di Swift, nel secolo successivo, sarebbero poi apparsi l’Erewhon (anagramma di nowhere, «da nessuna parte») di Samuel Butler (1872) e quel gioiello di Flatlandia (1884), ambientato da Edwin Abbott nel regno della geometria; così come, per arrivare a tempi più vicini ai nostri, Orwell scelse gli animali di una fattoria per rappresentare la degenerazione degli ideali del marxismo-leninismo (1945, guarda caso lo stesso anno della Famosa invasione degli orsi in Sicilia di Dino Buzzati).
Nel romanzo Il sogno di John Ball (1888) William Morris declina la medesima strategia in chiave temporale, immaginando (tramite il topos del sogno) che il narratore, uomo della modernità, si trovi nel Medioevo inglese ai tempi della cosiddetta rivolta dei contadini, fra i cui fomentatori il reverendo John Ball venne giustiziato nel 1381. Il narratore osserva quel mondo e apparentemente studia il predicatore: in realtà è quest’ultimo che, chiedendogli come sarà il futuro, dà modo a Morris di raffigurare l’essenza del capitalismo e di raccontare il periodico fallimento di ogni ideale rivoluzionario, pur nell’auspicio che, altrettanto periodicamente, ogni rivoluzione sarà sempre più radicale della precedente.
Un romanzo fantasy, dunque, che è anche un romanzo storico e soprattutto un romanzo politico, esattamente come furono la vita e l’opera di William Morris (1834-1896). Poeta, narratore, pittore, decoratore, editore, architetto (non di diritto ma di fatto), pubblicista, Morris fu uno dei maggiori protagonisti del revival medioevale di fine Ottocento: compagno di strada dei preraffaeliti (in primis Dante Gabriele Rossetti ed Edward Burne-Jones), sodale di John Ruskin, collaboratore di un architetto anticlassico come Philip Webb, scrisse poesie su temi arturiani e norreni e romanzi fantastici da cui, per sua stessa ammissione, si riconobbe influenzato nientemeno che Tolkien; al tempo stesso, non “nonostante” il suo medievalismo ma paradossalmente per suo tramite, militò fra i primi socialisti inglesi, fondando una Socialist League che, sconfessando la crescente industrializzazione, propugnava il ritorno a ritmi di lavoro più umani e alla perduta creatività dell’artigianato (per questo, forse, Friedrich Engels lo definì «ricchissimo artista appassionato ma politico di scarso talento»).
Proprio in nome dell’artigianato Morris rivendicò per le arti applicate la stessa dignità delle arti maggiori, fondando diverse società (alcune delle quali tuttora attive) e impegnandosi in prima persona, sia sul piano estetico sia su quello tecnico, nella tessitura, nella ceramistica, nella vetrofania e, soprattutto, nella tipografia, inventando motivi ornamentali che anticipando genialmente il liberty e l’art déco passarono dalle copertine dei libri alla carta da parati alla tappezzeria ai fregi architettonici (per questo c’è chi lo considera un antesignano della figura del designer). In questo modo Morris si consegnava a un altro paradosso, perché la sua nostalgia preindustriale partorì comunque, per dirla con Benjamin, una «riproducibilità tecnica».
Il sogno di John Ball (anche se il titolo originale ha l’articolo indeterminativo, A Dream of John Ball) viene ora riproposto dalle edizioni Alegre nella traduzione di Wu Ming 4, autore anche di una prefazione intitolata “Il comunista che sognò il Medioevo”, trent’anni dopo la versione di Vanni De Simone (Es/Synergon 1995, ristampata da Bevivino nel 2012). Il romanzo si apre con la descrizione della bellezza da cui il sognatore si trova circondato: bello il paesaggio, belle le case e le chiese (in cui Morris vede già quei ruderi medioevali che si preoccuperà di tutelare fondando la Società per la protezione degli edifici antichi), belli gli abbigliamenti, belli gli strumenti degli artigiani, secondo un ideale manifesto etico oltre che estetico.
In questo scenario si muove John Ball, che con parole di fuoco incita il popolo alla rivolta e alla creazione di una paradiso terreno (la “comunanza”) in cui tutti gli uomini saranno uguali e in cui non esisteranno più né la servitù né la proprietà privata né il denaro. Ma tanto è il suo fervore quanto lo sconcerto suscitato in lui dal visitatore, che pur confermandogli la formale uguaglianza fra gli uomini del futuro gli svela le ingiustizie sociali su cui si fonda il capitalismo (in particolare, com’è giusto che sia per un uomo del Medioevo, Ball fatica a comprendere il concetto marxiano di alienazione). Le rivoluzioni sono dunque inutili? Sì e no, perché ognuna prepara la successiva, fino a quando, misticamente, verrà il Tempo: spiraglio ottimistico che si allargherà nel romanzo successivo di Morris, Notizie da nessun luogo (News from Nowhere, 1890), che con cinque anni di anticipo sulla Macchina del tempo di Wells immagina un viaggio nel futuro. Purtroppo per Morris, Wells vide più lontano.
