Lettera al mio stupratore
tratto da Ni una menos
Questa è la traduzione della lettera scritta da una ragazza stuprata nel gennaio del 2015 in un campus universitario a Palo Alto, in California, da uno studente dell’università di Stanford, letta pubblicamente dopo la sentenza del 2 giugno 2016 che ha visto l’incarcerazione (anche se con una condanna molto lieve) del suo stupratore, e che è poi stata diffusa da diverse testate statunitensi e britanniche. A precederla una nota introduttiva della traduttrice:
Inizio chiedendo scusa. Chiedo scusa perché tradurre in italiano questa lettera non è stato facile e perché la traduzione perfetta, purtroppo, non esiste. Se qualcuno di voi volesse confrontare questo mio testo con la sua versione originale inglese troverà che in alcuni punti, viste le strutture grammaticali inconciliabili tra le due lingue, ho dovuto apportare qualche piccola modifica.
Vorrei qui dichiarare che nessuna modifica però è stata effettuata sul corpo semantico del testo, che anzi ho cercato sempre e strenuamente di rendere perfettamente, fino all’ultimo rigo. Il tutto perché volevo concedere a questa donna un altro po’ di giustizia, anche in una lingua diversa dalla sua, e far conoscere la sua storia anche a questo paese, che non è senz’altro estraneo ai casi di stupro.
Chiedo scusa inoltre per le mie imprecisioni, per gli errori che non escludo possano esserci stati. Ma da donna e da femminista mi sono dovuta interrompere più volte, per bere un sorso d’acqua, mettere il caffè sui fornelli, per asciugarmi le lacrime. Spero però con tutte le mie forze di aver restituito un testo quanto più simile e vicino all’originale, autentico nel coraggio e nella forza della voce di questa donna.
Ad uso e consumo di tutte le ragazze del mondo.
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Vostro Onore,
se per Lei va bene, vorrei che la maggior parte di queste affermazioni fossero dirette direttamente alla difesa.
Tu non mi conosci ma sei stato dentro di me e questo è il motivo per cui siamo qui oggi.
Il 17 gennaio del 2015 era un tranquillo sabato sera e me ne stavo a casa. Mio padre aveva preparato la cena ed io ero seduta a tavola con mia sorella più piccola, la quale era venuta a farci visita per il week end. Lavoravo full time e avevo intenzione di andare a letto. Avevo pianificato di stare a casa per conto mio, guardare un po’ di televisione e leggere, quando mia sorella ha deciso di andare ad una festa con gli amici.
Dal momento in cui quella era l’unica sera che potevo passare con lei, e dal momento in cui non avevo niente di meglio da fare, mi sono detta “perché no?”. Quella stupida festa era a dieci minuti da casa, ci sarei andata e avrei ballato in modo strano, da sciocca, per mettere in imbarazzo mia sorella minore. Mentre ci stavamo andando scherzavo sul fatto che i ragazzi non ancora laureati indossassero le bretelle. Mia sorella mi prendeva in giro invece per essermi messa un cardigan beige per andare alla festa di una confraternita, come fossi una libraia. Mi son fatta chiamare “Big Mama” perché sapevo che sarei stata la più vecchia, una volta lì.
Ho abbassato la guardia e bevuto troppo rapidamente dell’alcol senza considerare che la mia tolleranza era diminuita rispetto ai tempi del college. La cosa immediatamente successiva che ricordo è che stavo su una barella in un corridoio. Avevo perso sangue e avevo bende che mi coprivano il palmo delle mani e i gomiti. Ho pensato che forse ero caduta e di essere finita all’ufficio d’amministrazione del campus. Ero molto calma, mi chiedevo solo dove fosse mia sorella.
Il vicesceriffo mi ha spiegato in seguito che ero stata stuprata. Ho continuato a rimanere calma, sicura che stesse parlando con la persona sbagliata. Non avevo conosciuto nessuno alla festa.
Quando finalmente mi è stato permesso di usare la toilette, mi sono tirata giù i pantaloni che mi avevano dato all’ospedale, poi ho provato a calarmi le mutande. Ricordo di non aver sentito niente: ricordo le mie mani scorrere sulla pelle senza toccare niente. Ho guardato in basso e non c’era niente. Quel sottile pezzo di stoffa, l’unica cosa tra la mia vagina e tutto il resto, non c’era. Tutto, dentro di me, si è spento.
Non ho ancora parole per descrivere quella sensazione. Per poter riprendere fiato ho pensato che la polizia avesse usato delle forbici per tagliarle via e tenerle come prova. Poi ho sentito gli aghi di pino graffiarmi la nuca e la testa e ho iniziato a togliermeli dai capelli. Ho pensato che, forse, gli aghi di pino erano caduti dall’albero sulla mia testa. Per evitare il collasso, il mio cervello stava parlando alla mia pancia. La mia pancia, invece, stava solo dicendo “Aiutami, aiutami”.
Mi sono trascinata stanza per stanza con un lenzuolo avvolto addosso, lasciando aghi di pino dietro di me, lasciandone una piccola scia in ogni stanza in cui mi sia seduta. Mi è stato chiesto di firmare dei fogli che titolavano “Vittima di stupro” e ho pensato che, davvero, mi era successo qualcosa.
I miei abiti erano stati confiscati e me ne stavo in piedi, nuda, mentre le infermiere misuravano e fotografavano le varie abrasioni sul mio corpo. Tre di loro lavoravano per eliminarmi gli aghi di pino dai capelli, sei mani per riempire una busta di plastica. Per calmarmi mi dicevano “è solo la flora e la fauna, la flora e la fauna”.
Avevo più tamponi inseriti nella mia vagina e nel mio ano, aghi, pillole e una Nikon puntata dritta tra le mie gambe aperte. Ho avuto un lungo becco appuntito dentro di me e la mia vagina è stata analizzata alla cervice, un contrasto blu per controllare le abrasioni.
Dopo alcune ore mi hanno fatta lavare. Me ne stavo lì esaminandomi il corpo sotto il flusso dell’acqua, quando ho deciso: non lo volevo più, non volevo più il mio corpo. Ero terrorizzata da questo pensiero, non sapevo cosa ci fosse stato dentro, se mi avesse contaminata, chi lo avesse toccato. Avrei solo voluto prendere il mio corpo, con tutto il resto, e lasciarlo in ospedale, come una giacca.
Quella mattina tutto ciò che mi fu detto era che ero stata trovata dietro un cassonetto, potenzialmente penetrata da uno sconosciuto, e che avrei dovuto rifare il test dell’Hiv perché i risultati non si vedono sempre immediatamente. Ma che per adesso potevo andare a casa e tornare alla mia vita normale.
Immagina di tornare al tuo piccolo mondo avendo solo quell’informazione. Mi hanno dato grandi abbracci e poi ho camminato fuori dall’ospedale, verso il parcheggio, indossando la maglietta e i pantaloni che mi avevano dato. Mi è stato permesso di tenere solo la mia collana e le scarpe.
Mi è venuta a prendere mia sorella, il volto bagnato dalle lacrime e contorto dall’angoscia. Istintivamente e immediatamente avrei voluto scacciare il suo dolore. Le ho sorriso, le ho chiesto di guardarmi, “Sono qui, sto bene, andrà tutto bene, sono qui. Ho i capelli puliti perché mi hanno dato uno strano shampoo, calmati, guardami, guarda questi pantaloni assurdi e questa maglietta che mi hanno dato, sembro un insegnante di ginnastica, andiamo a casa, andiamo a mangiare qualcosa”.
Non sapeva che sotto ai vestiti avevo la pelle ricoperta di graffi e bende, che la mia vagina fosse piagata e diventata di un colore scuro per via delle lesioni, che avevo perso la biancheria e che mi sentivo troppo vuota per poter continuare a parlare. E che avevo paura anche io, che anch’io ero devastata. Quel giorno andammo a casa e mia sorella mi strinse a sé per ore.
Il mio ragazzo non sapeva che cosa mi fosse successo e mi chiamò quello stesso giorno. “Ero davvero preoccupato per te ieri notte, ce l’hai fatta a tornare a casa?”, ero terrorizzata. È così che ho scoperto che la sera prima, nel mio blackout, lo avevo chiamato lasciandogli un messaggio vocale incomprensibile, e che poi avevamo anche parlato al telefono ma biascicavo così tanto da farlo preoccupare, che mi aveva ripetuto di ritrovare mia sorella al più presto. Ancora, mi chiese: “Cos’è successo ieri notte? Sei riuscita a tornare a casa?”. Ho detto di sì e poi ho riagganciato, piangendo.
Non ero ancora pronta per dire al mio ragazzo o ai miei genitori che, in realtà, ero stata stuprata dietro ad un cassonetto e che non sapevo chi, quando e come l’avesse fatto. Se glielo avessi detto avrei visto la paura sui loro volti, e il mio avrebbe decuplicato a sua volta quell’angoscia. Così, invece, ho finto che tutta la faccenda non fosse reale.
Ho provato a spingerla fuori dalla mia mente ma era così pesante che non riuscivo a parlare, a mangiare, a dormire, non riuscivo ad interagire con nessuno. Dopo il lavoro andavo in un posto isolato per gridare. Mi sono isolata dalle persone che amavo di più. Per tutta la settimana successiva all’accaduto non ho mai ricevuto chiamate o aggiornamenti riguardo cosa mi fosse successo quella notte. L’unico segno che dimostrasse che non si era trattato di un brutto sogno era la maglietta dell’ospedale nel mio armadio.
Un giorno, al lavoro, mentre guardavo le notizie sul mio cellulare ho trovato l’articolo. Vi si leggeva per la prima volta di come fossi stata ritrovata priva di coscienza, dei miei capelli scompigliati, della lunga collana attorcigliata attorno al collo, del reggiseno strappato, del vestito scostato dalle mie spalle e tirato su fino in vita, della mia nudità dalla cinta in giù, fino agli anfibi, le gambe divaricate, di come fossi stata penetrata da un oggetto estraneo e da uno sconosciuto.
In quel modo ho appreso cosa mi fosse successo, seduta alla mia scrivania, leggendo le notizie al lavoro. Nello stesso modo in cui chiunque altro, nel mondo, avrebbe potuto venirne a conoscenza. Ecco che gli aghi di pino tra i miei capelli acquistavano un senso, non erano caduti da un albero.
Mi ha strappato la biancheria, ha spinto le sue dita dentro di me. Non conoscevo questa persona. Ancora oggi non la conosco. Quando leggo di me in questi termini penso che non posso essere io. Non posso essere io.
Non posso digerire o accettare nessuna di queste informazioni. Non posso immaginare che la mia famiglia abbia letto questa notizia online. Ho continuato a leggere. Nel paragrafo successivo c’era qualcosa che non potrò mai dimenticare: secondo lui mi era piaciuto. Mi era piaciuto. Di nuovo, non ho parole per descrivere quello che ho provato.
Alla fine dell’articolo, dopo aver appreso i dettagli visivi del mio stupro, si parlava dei suoi tempi come nuotatore. Lei è stata trovata che ancora respirava, priva di sensi, con la biancheria lanciata lontano, nuda fino allo stomaco, raggomitolata in posizione fetale. In compenso lui è un ottimo nuotatore. Mettiamo anche i miei, di tempi, allora, se è quello che stiamo facendo. Sono brava a cucinare, buttiamoci dentro anche questo. Penso che la fine sia quando arrivi ad elencare le tue attività extra curricolari per mascherare l’oscenità che hai compiuto.
La notte dopo che fu pubblicata la notizia mi sono seduta coi miei genitori e gli ho detto che ero stata stuprata e di non leggere le notizie perché le avrebbero trovate traumatizzanti, che stavo bene, che ero lì, che stavo bene. Ma a metà della spiegazione mia madre dovette abbracciarmi perché non ce la facevo più. Non stavo bene.
La notte successiva lui ha dichiarato di non conoscere il mio nome, ha detto che non sarebbe stato in grado di riconoscere il mio viso tra la folla, non ha fatto cenno a nessuna chiacchierata tra noi, neanche una parola, solo ballare e baciarci. Ballare è un termine edulcorato: abbiamo volteggiato danzando e schioccando le dita, o si è trattato semplicemente di corpi insopportabilmente pressati l’uno contro l’altro in una stanza affollata? Che il baciarsi sia stato solo lo schiacciarsi forzato di due visi l’uno contro l’altro?
Quando l’ispettore gli ha chiesto se avesse in mente di portarmi al suo dormitorio, ha risposto di no. Quando gli ha chiesto come fossimo finiti dietro al cassonetto, ha detto che non lo sapeva. Ha ammesso di aver baciato altre ragazze durante la festa, una delle quali era mia sorella, che però l’ha respinto. Ha ammesso di essersi trovato lì perché voleva rimorchiare. Io ero come l’animale debole e ferito del branco, completamente sola e vulnerabile, fisicamente non in grado di badare a me stessa, e allora mi ha scelta. A volte penso che se non fossi andata alla festa non sarebbe successo. Ma poi ho realizzato che sarebbe successo comunque, solo che a qualcun’altra. Per te stavano iniziando quattro anni di feste e ragazze ubriache, e se questo è stato il primo passo, allora è meglio che tu non possa continuare.
La notte seguente i fatti ha detto di aver pensato che mi fosse piaciuto perché, ad un certo punto, gli avrei massaggiato la schiena. Non ha mai menzionato un consenso verbale, non ha mai menzionato un dialogo, ma un massaggio sì.
Ancora una volta ho appreso dalle notizie sui giornali che sia il mio ano che la mia vagina erano stati denudati, il mio seno palpeggiato, le dita affondate dentro di me assieme ad aghi di pino e ad altra sporcizia, la mia pelle nuda e la mia testa erano state spinte contro il terreno dietro al cassonetto, mentre una matricola si scopava la metà nuda del mio corpo svenuto.
Ma non me lo ricordo, quindi come posso provare che non mi sia piaciuto?
Allora ho pensato che fosse giusto portare la vicenda in tribunale: c’erano testimoni, c’erano terra e fango dentro il mio corpo, lui era fuggito ed era stato preso. Poteva essere intenzionato a sistemare tutto scusandosi formalmente, e saremmo entrambi andati avanti. Invece ho saputo che aveva assunto un potente avvocato, chiamato testimoni esperti, assunto investigatori privati con l’intenzione di cercare e trovare dettagli sulla mia vita privata da usare contro di me, di trovare la falla nella mia storia per invalidare il resoconto mio e di mia sorella, per dimostrare che di fatto lo stupro non è stato altro che un fraintendimento. Ecco cosa ha creduto di fare: ha provato a convincere il mondo di essersi solo confuso.
Non solo mi è stato detto che sono stata stuprata, ma mi è anche stato detto che se non posso ricordare, tecnicamente non posso provare che non volessi fare sesso. Questo cosa distorce ciò che ho vissuto, mi fa male, mi spezza. È la più triste delle conclusioni sentirsi dire che sono stata assalita e stuprata, palesemente, all’aperto, ma non sappiamo dire se tutto questo conta come aggressione. Ho dovuto combattere un anno intero per rendere chiaro che ci fosse qualcosa di sbagliato in questa situazione.
Quando mi è stato detto di essere pronta, nel caso in cui non avessimo vinto, io ho risposto: “Non mi ci posso assolutamente preparare”. Lui è colpevole dal minuto in cui mi sono svegliata. Nessuno può parlarmi del dolore che mi ha causato. Peggio ancora, sono stata avvisata: “Ora ti conosce, non te lo dimenticare, inizierà a preparare una sua versione dei fatti”. Lui può dire quello che vuole e nessuno può contestarglielo. Io non ho potere, non ho voce, sono disarmata.
Il fatto di aver perso la memoria sarà usato contro di me. La mia debole testimonianza è incompleta, e devo cominciare a credere che, forse, non è abbastanza per poter vincere. Una rovina. I suoi avvocati ricordavano costantemente alla giuria che l’unico a cui poter credere fosse proprio Brock, “Perché lei non ricorda nulla”. Questa impotenza è traumatizzante.
Invece che prendermi del tempo per guarire dallo shock, ho dovuto prendermi del tempo per richiamare alla memoria quella notte coi suoi strazianti dettagli, per prepararmi alle domande degli avvocati che sarebbero state invasive, aggressive, e formulate per manipolarmi, per farmi contraddire, per contraddire mia sorella, per condurre le mie risposte là dove loro volevano.
A lui invece gli avvocati hanno chiesto “Hai notato qualche abrasione?” e lui ha risposto “Non si notava nessuna abrasione”. È stato un gioco di strategia, come se io potessi ingannarmi da sola. Lo stupro è stato così chiaro, eppure al processo ho dovuto rispondere a domande come:
Quanti anni hai? Quanto pesi? Cos’hai mangiato quel giorno? Cosa hai mangiato per cena? Chi ha cucinato la cena? Hai bevuto durante la cena? No, neanche l’acqua? Quando hai bevuto? Quanto hai bevuto? Cosa conteneva quello che hai bevuto? Chi ti ha dato da bere? Quanto bevi di solito? Chi ti ha portata alla festa? A che ora? Dove esattamente? Cosa indossavi? Perché eri andata alla festa? Cosa hai fatto quando sei arrivata? Sei sicura di averlo fatto? A che ora l’hai fatto? Cosa significa questo messaggio? A chi stavi mandando questo messaggio? Quando sei andata in bagno? Dove sei andata in bagno? Con chi sei andata fuori a orinare? Dove hai orinato? Il tuo telefono era sul silenzioso quando tua sorella ti ha chiamato? Ti ricordi di averlo silenziato?
Davvero, voglio puntualizzare e dire che tutto quello che avete chiesto è stata una messa in scena.
Bevi al college? Hai detto di essere una tipa da feste? Quante volte ti è capitato di avere questi blackout? Vai alle feste delle confraternite? Sei seria col tuo ragazzo? Sei sessualmente attiva con lui? Quando avete cominciato a frequentarvi? L’hai mai tradito? Hai mai tradito prima di lui? Cosa intendi dire quando dici che vuoi ricompensarlo? Ti ricordi a che ora ti sei svegliata? Indossavi il tuo cardigan? Di che colore era il cardigan? Ti ricordi di qualcun altro quella notte? No? Ok, lasceremo che sia Brock a completare il resoconto.
Sono stata presa a frecciate, interrotta e corretta su questioni che hanno dissezionato la mia vita privata, la mia vita affettiva, il mio passato, la mia vita famigliare, inutili domande per accumulare dettagli che giustificassero un ragazzo, che non ha neanche trovato il tempo di chiedermi come mi chiamassi, per avermi spogliata un minuto dopo avermi vista.
Oltre che essere stata aggredita fisicamente sono stata aggredita dalle domande create apposta per attaccarmi, per mostrare come “I fatti non coincidono, lei è fuori di testa, è praticamente un’alcolizzata, probabilmente voleva rimorchiare, lui invece è una specie di atleta, erano ubriachi tutti e due, succede, e poi la questione dell’ospedale, lei ricorda solo da dopo il fatto, perché prenderla in considerazione, Brock ha molti interessi e sta passando momenti difficili ora”.
Poi è arrivato il momento anche per lui di testimoniare, e io sono stata vittimizzata di nuovo. Vi ricordo solo che la notte dopo l’accaduto lui aveva affermato di non aver mai avuto l’intenzione di portarmi nel suo dormitorio, che anzi non sapeva come fossimo finiti dietro al cassonetto, che se n’era andato perché non si sentiva bene e che era stato immediatamente inseguito e aggredito. E che solo dopo avrebbe scoperto che io non ricordavo niente.
Un anno dopo, come previsto, è emersa una nuova versione. Brock aveva una nuova storia che suonava quasi come un romanzo per adulti mal scritto, con baci, balli, mani nelle mani, ruzzolate amorevoli sul terreno e, cosa più importante nella nuova storia, un improvviso consenso. Un anno dopo l’accaduto, lui ricorda: “Oh ma certo, lei mi ha detto di sì, a tutto, quindi”.
Sostiene di avermi chiesto se volessi ballare. Sembra che io abbia detto di sì. Sostiene di avermi chiesto anche se volessi andare nel suo dormitorio, e avrei detto di sì. Sostiene di avermi chiesto se volessi avere le sue dita dentro di me, e io gli avrei risposto di sì. Molti ragazzi non chiedono “Posso masturbarti?”. Di solito, sapete, c’è una progressione naturale nei comportamenti, un crescendo consensuale, non domande e risposte. Sembra, comunque, che io gli abbia dato il permesso. Lui è nel giusto.
Anche in questa nuova storia a stento ci sono dialoghi. Io avrei detto tre parole in totale prima di essere presa, mezza nuda, per terra, e non sarei mai stata penetrata prima di quelle tre parole. Sostiene di non avermi sentito dire una frase intera, quella notte. Per questo quando leggo sui giornali che ci siamo “conosciuti” non sono sicura di voler continuare a leggere.
Nota per il futuro, se siete confusi circa il consenso di una ragazza nei vostri confronti, giudicatelo dalla sua abilità nel pronunciare una frase completa. Potete farcela. Semplicemente una coerente successione di parole. Se lei non ce la fa, allora no. Non toccatela, no. Non “ma forse”, no. Cosa non si capisce di questo ragionamento? Questo è buon senso, decenza.
Secondo lui il fatto che fossimo a terra si spiega perché io sarei caduta. Nota: se una ragazza cade la si aiuta rialzandola; se è troppo ubriaca per camminare e cade non la si scopa, non la si fotte, non le si toglie la biancheria, non le si spingono le mani dentro la vagina. Se una ragazza cade, la si tira su.
Se indossa un cardigan sopra al vestito non toglieteglielo per poterla palpeggiare meglio. Magari ha freddo, magari è per questo che indossa un cardigan. Se il suo sedere e le sue gambe nude si stanno graffiando tra gli aghi di pino e i detriti perché la state schiacciando col vostro corpo, levatevi di torno!
Più avanti, seguendo la storia, due persone ti si avvicinano. Corri perché, dici, hai paura. Suppongo tu sia spaventato dall’idea di essere catturato, non perché tu abbia il terrore di due studenti svedesi. La storia per cui dici di essere fuggito perché temevi un’aggressione è ridicola. Non ha niente a che vedere con te sul mio corpo privo di sensi. Sei stato preso in flagrante, senza nessuna spiegazione. Quando ti hanno placcato perché non gli hai detto: “Fermatevi! Va tutto bene, andate a chiederlo a lei, è proprio lì dietro, ve lo dirà”. Voglio dire, hai appena detto di aver chiesto il mio consenso, no? Ero sveglia, no?
Quando il poliziotto è arrivato e ha interrogato i due malvagi svedesi che ti avevano preso, uno dei due piangeva e non riusciva a parlare per via di quello che aveva appena visto. Se davvero pensavi che fossero pericolosi, ricordati che hai comunque abbandonato una ragazza mezza nuda per scappare a salvarti. Non importa in quale cornice tu lo inserisca, tutto questo non ha senso.
Il tuo avvocato ha più volte puntualizzato dicendo: “Bene, non conosciamo esattamente il momento in cui la ragazza ha perso i sensi”. Ed è vero, forse mi tremolavano solo le palpebre e non riuscivo a camminare dritta. La sua colpevolezza non dipende dal sapere in quale preciso istante io abbia perso i sensi, non riguarda questo. Biascicavo, troppo ubriaca per acconsentire prima di finire per terra. Brock ha affermato “Non mi sono accorto che lei non reagiva. Se in un qualsiasi momento me ne fossi accorto mi sarei fermato immediatamente”. Qui la questione è che se il tuo piano era di fermarti solo quando fossi stata completamente svenuta, ancora temo tu non stia capendo. Non è che ti saresti dovuto fermare solo in caso fossi svenuta! È stato qualcun altro a fermarti. Due ragazzi in bicicletta hanno notato, nell’oscurità, che non mi stavo muovendo e così ti hanno preso. Come hai fatto a non notarlo tu che mi stavi sopra?
Hai detto di esserti fermato e di aver cercato aiuto. Ma lascia che ti spieghi come avresti davvero potuto aiutarmi, passo dopo passo. Voglio sapere come mi avresti fatto passare la notte se quei malvagi studenti svedesi non mi avessero trovata. Te lo sto chiedendo: avresti ripreso la mia biancheria tirandomela su? Avresti sciolto il nodo che la collana aveva formato attorno al mio collo? Mi avresti chiuso le gambe, coprendomi? Avresti rimesso il reggiseno sotto al vestito? Mi avresti aiutata a togliermi gli aghi di pino dai capelli? Mi avresti chiesto se i graffi e le sbucciature sul collo e sulla schiena mi facevano male? Saresti andato da un amico per chiedergli di portarmi qualcosa di morbido e caldo? Non dormo se penso a cosa sarebbe potuto succedermi se i due ragazzi svedesi non mi avessero trovata. Cosa mi sarebbe successo? A questa domanda non hai mai dato una risposta, neanche dopo un anno.
Sedere sotto giuramento e informare tutti voi che sì, lo volevo, sì, l’ho permesso, e tu sei la vera vittima, tu, malato, invalido, egoista, stupido, attaccato da due ragazzi per ragioni sconosciute. Questo dimostra che sin dall’inizio cerchi solo di screditarmi, di contestarmi, di spiegare perché trattarmi così è stato ok. Hai irremovibilmente provato a salvarti, a salvare la tua reputazione a mie spese.
La mia famiglia ha visto la fotografia della mia testa piena di aghi di pino, sulla barella, le foto del mio corpo nella sporcizia, con gli occhi chiusi, il vestito tirato su, le membra abbandonate nell’oscurità. Anche dopo aver visto questo, la mia famiglia ha ascoltato i tuoi avvocati dire frasi come “Le foto sono state fatte dopo l’accaduto, possiamo scartarle”. Come a dire che sì, l’infermiera ha confermato che c’erano arrossamenti e abrasioni dentro di lei, ma che questo è quello che succede normalmente quando infili le dita dentro qualcuno e lui, comunque, ha ammesso di averlo fatto.
La mia famiglia lo ha ascoltato mentre usava mia sorella contro di me. Lo ha ascoltato mentre mi dipingeva come una seduttrice, un animale da feste, come se in qualche modo quanto accaduto dipendesse da me. Lo ha ascoltato quando ha detto che sembravo ubriaca al telefono perché facevo la sciocca e quella era la mia maniera di parlare in modo buffo, lo ha ascoltato mentre sosteneva che nel messaggio vocale al mio ragazzo gli dicevo di volerlo ricompensare, e che “tutti sappiamo a cosa si stava riferendo”. Vi assicuro che le “ricompense” non sono trasferibili, specialmente non a qualsiasi uomo che, senza neanche presentarsi, ci prova con me.
Il punto è che io e la mia famiglia abbiamo sopportato tutto questo durante il processo. È tutto ciò che ho dovuto sentire, seduta in silenzio, mentre descriveva la serata. Una cosa è soffrire, un’altra è avere qualcuno che brutalmente lavora per diminuire la gravità e la validità della tua sofferenza. Ma alla fine le sue affermazioni e la logica contorta dei suoi avvocati non hanno fregato nessuno. La verità vince, la verità parla da sola.
Tu sei colpevole. Dodici giurati di tre corti penali convinti della tua colpevolezza, oltre ogni ragionevole dubbio, dodici voti in totale, trentasei sì a conferma della colpa, il che fa di te al cento per cento, unanimemente, colpevole. Penso che finalmente è finita, che finalmente pagherà per quello che ha fatto, si scuserà, sentitamente, noi andremo avanti e staremo meglio. Poi ho letto la tua dichiarazione.
Se stai sperando che uno qualsiasi dei miei organi imploda dalla rabbia e che io muoia, sappi che ci siamo quasi. Ci sei davvero molto vicino. L’aggressione non è un incidente. Questa storia non è un’altra vicenda in cui una collegiale sbronza compie deprecabili decisioni su chi rimorchiare. Non hai ancora capito, sembri ancora confuso.
Colgo quindi l’opportunità di leggere pezzi del testo della difesa per rispondergli.
Tu dici che essere ubriachi può portare a compiere non proprio le decisioni migliori, ed è valso lo stesso per me. L’alcool non è una scusa. È un fattore? Sì. Ma non è stato l’alcool a spogliarmi, a infilarmi le dita nella vagina, a spingermi la testa a terra, denudando l’altra metà del mio corpo. Aver bevuto troppo è stato un errore che ammetto, ma non è un crimine. Chiunque in questa stanza ha senz’altro avuto una notte da rimpiangere per via del troppo alcool bevuto o, se non gli è mai successo, conosce sicuramente qualcuno che invece una notte da ubriaco la rimpiange. Rimpiangere di aver bevuto non è la stessa cosa che rimpiangere di aver stuprato. Eravamo entrambi ubriachi, ma la differenza è che io non ti ho tolto i pantaloni e le mutande, non ti ho toccato in modo inappropriato per poi fuggire via. Questa è la differenza.
Hai detto che se avessi voluto conoscermi mi avresti chiesto il numero di telefono invece che di andare nella tua stanza. Non sono infuriata perché non mi hai chiesto il numero. Anche se mi avessi conosciuta, non avrei voluto trovarmi in questa situazione. Il mio ragazzo mi conosce ma se mi domandasse di infilarmi le dita nella vagina dietro ad un cassonetto gli tirerei uno schiaffo. Nessuna ragazza vuole trovarsi in questa situazione. Nessuna. Non importa se chiedi loro il numero oppure no.
Hai detto che io mi sarei lasciata stupidamente influenzare da quello che stavano facendo tutti, ossia bere. Ancora, non si sbaglia perché si beve. Tutti gli altri attorno a me non mi stavano violentando. Semmai tu hai fatto quello che nessun altro stava facendo, cioè premere il tuo pene eretto sul mio corpo nudo, indifeso, in una zona completamente buia, dove nessun invitato alla festa potesse vedermi o proteggermi e dove mia sorella non potesse trovarmi.
Sorseggiare liquore non è un crimine. Scartarmi e gettare la mia biancheria come quando si apre una caramella, inserire le tue dita nel mio corpo, è lì che hai sbagliato ed è il motivo per cui sto spiegando tutto questo.
Hai detto che durante il processo non volevi affatto vittimizzarmi, che era solo il modo di fare del tuo avvocato. Il tuo avvocato non è il tuo capro espiatorio, ma colui che ti rappresenta. Il tuo avvocato ha detto forse qualcosa di incredibile, qualcosa che ti ha fatto infuriare e che ti ha denigrato? Figuriamoci. Ha detto che hai avuto un’erezione perché faceva freddo. Non ho parole.
Hai detto che eri in procinto di organizzare un programma per scuole superiori e per studenti collegiali nel quale avresti fatto da portavoce “Contro la cultura del bere e della promiscuità sessuale che ciò comporta”. Portavoce contro la cultura del bere nei campus. È il motivo per cui stiamo facendo tutto questo? Pensi che sia la ragione per cui mi batto da oltre un anno? Non un programma sulla mancata consapevolezza rispetto alle aggressioni sessuali nei campus, lo stupro, l’insegnare a riconoscere il consenso. Ma sulla cultura del bere nei campus.
Basta con il Jack Daniels, basta con la Vodka Skyy. Se vuoi parlare ai liceali del bere vai ad un incontro degli alcolisti anonimi. Finalmente capirai che avere problemi con l’alcool è diverso che bere e poi essere forzati a fare sesso con qualcuno? Mostra agli uomini come rispettare le donne, non come bere di meno.
La cultura del bere e la promiscuità sessuale che ne consegue. Che ne consegue, come un effetto collaterale. Quando la promiscuità è entrata in gioco? Non vedo titoli dire “Brock Turner, colpevole per aver bevuto troppo e di promiscuità sessuale che ne consegue”. Aggressione sessuale al campus. Ecco la tua prima slide PowerPoint.
Ho spiegato abbastanza. Non farai spallucce e non sarai più confuso. Non devi più fingere che non ci fossero segnali per capire. Non devi più tenere segreto il perché sei scappato. Sei stato condannato per avermi intenzionalmente violata, e tutto quello che hai da ammettere è il tuo consumo di alcool.
Non parlare di come la tua vita abbia preso una piega triste a causa dell’alcool che ti ha fatto fare cose brutte. Affronta le responsabilità della tua condotta.
Alla fine hai detto “Voglio mostrare alla gente che una notte di bevute può rovinare una vita”. Rovinare una vita, una vita, la tua, ma ti sei dimenticato ancora di me. Lasciami parafrasare per te. Io voglio mostrare alle persone che una notte di bevute può rovinare due vite. Tu e me. Tu sei la causa, io l’effetto. Tu mi hai trascinata giù per questo inferno, tu mi hai tenuta immersa in quella notte, ancora e ancora. Hai buttato giù entrambe le torri, e sono crollata nello stesso momento in cui l’hai fatto tu. Il tuo danno è concreto. Messo a nudo dai titoli, la laurea, l’iscrizione all’università. Il mio danno è tutto interno, invisibile, lo porto con me. Mi hai portato via il valore, la privacy, l’energia, il tempo, l’intimità, la sicurezza, la mia stessa voce fino ad oggi.
Vedi, c’è una cosa che abbiamo in comune e consiste nel fatto di non essere stati in grado di alzarci la mattina dopo. Non sono estranea alla sofferenza. Tu mi hai reso una vittima. Sui giornali il mio nome era la “donna intossicata e senza sensi”, dodici sillabe e niente più. Per un po’ ho creduto che fosse tutto ciò che ero. Ho dovuto forzarmi a reimparare il mio nome, recuperare la mia identità. Reimparare che quello non è tutto ciò che sono. Reimparare che non sono solo la vittima ubriaca ad una festa tra confratelli finita dietro ad un cassonetto e tu il campione di nuoto che tutti gli americani vorrebbero, innocente fino a prova contraria, con così tanti interessi. Io sono un essere umano, irreversibilmente ferito, che ha impiegato un anno per comprendere di valere qualcosa.
La mia indipendenza, la gioia, la gentilezza, la stabilità, sono state distorte oltre ogni dire. Sono diventata più chiusa, più arrabbiata, stanca, irritabile, vuota. L’isolamento, all’epoca, è stato insopportabile. Non puoi darmi indietro la vita che avevo prima di quella notte.
Mentre tu ti preoccupi della tua reputazione macchiata, io ogni notte metto dei cucchiaini nel freezer così la mattina, quando mi sveglio con gli occhi così gonfi dal pianto, ho qualcosa di freddo da metterci sopra per poter vedere. Arrivo al lavoro con un’ora e mezza di ritardo tutte le mattine, scusandomi per aver pianto nella tromba delle scale. Posso dirti tutti i posti migliori di quell’edificio dove è possibile piangere senza che nessuno ti senta. Il dolore è così forte che ho anche dovuto dire al mio capo che me ne andavo, avevo bisogno di tempo, ricominciare giorno dopo giorno non era ancora possibile. Ho usato tutti i miei risparmi per andare il più lontano possibile da qui.
Non riesco a dormire la notte senza una luce accesa, come una bambina di cinque anni, perché ho il terrore di essere toccata e di non riuscire a svegliarmi. Faccio queste cose quando aspetto che sorga il sole, fino a quando non mi sento abbastanza sicura da dormire. Per tre mesi sono andata a dormire alle sei di mattina.
Sono sempre stata orgogliosa della mia indipendenza, ora ho paura ad andare in giro per strada la sera, ho paura a partecipare a momenti sociali, ai momenti in cui si beve tra amici. Lì mi sento completamente a disagio. Sono diventata un piccolo granchio, sempre bisognosa di attaccarmi al fianco di qualcuno, di avere il mio ragazzo accanto a me, di fianco a me, a proteggermi. È imbarazzante quanto mi senta debole, come timidamente mi muova attraverso la vita, sempre guardinga, pronta a difendermi, pronta ad essere arrabbiata.
Non hai idea di quanto duramente io abbia lavorato per ricostruire le parti di me che ancora sono deboli. Mi ci sono voluti otto mesi anche solo per parlare di quanto mi fosse successo. Non riuscivo a comunicare con gli amici, con nessuno. Gridavo contro il mio ragazzo, contro la mia famiglia, ogni volta che provavano a rompere questa specie di voto. Non mi dimenticherò mai di quello che mi hai fatto.
Alla fine del processo ero troppo stanca per parlare. Me ne sarei andata in silenzio. Sarei andata a casa, avrei spento il telefono e per giorni non avrei parlato. Ogni volta che esce un nuovo articolo vivo nella paranoia che tutta la città lo trovi e sappia che sono io la ragazza che è stata aggredita. Non voglio la pietà di nessuno e sto ancora imparando ad accettare che l’essere vittima è parte della mia identità. Tu hai reso la mia stessa città un posto in cui non voglio stare.
Un giorno mi rimborserai il viaggio in ambulanza e la terapia, ma non potrai mai ridarmi tutte le notti senza sonno. Il modo in cui scoppio a piangere quando vedo un film in cui una donna è disarmata, per dirlo in maniera delicata, mostra come questa esperienza abbia aumentato la mia empatia verso le altre vittime.
Ho perso peso per lo stress, e quando la gente lo nota e commenta dico che è perché ho cominciato a correre. Ci sono volte in cui non voglio essere toccata. Devo reimparare che non sono fragile ma capace, che sono sana, non solo livida e debole.
Voglio dirlo. Tutti i pianti e i dolori che mi hai imposto li ho accettati. Ma quando vedo mia sorella più piccola ferita, quando vedo che non è in grado di andare a scuola, quando anche lei è priva di gioia, quando non dorme, quando piange così forte al telefono che a malapena riesce a respirare, dicendomi ancora e ancora che le dispiace di avermi lasciata sola quella notte, “Scusa, scusa, scusa”, quando lei si sente ancora più colpevole di te, è allora che non ti perdono.
Quella notte l’ho chiamata, ho provato a cercarla ma tu mi hai trovato prima. La frase conclusiva del tuo avvocato è stata: “La sorella diceva che stava bene, e chi può conoscerla meglio di sua sorella?”. Hai cercato di usare mia sorella contro di me. La tua strategia di attacco è stata così bassa e vile che è quasi imbarazzante. Lei non la tocchi.
Se pensi che io ne esca indenne, che oggi me ne andrò nel viale del tramonto mentre tu soffri nella più grande delle tempeste, ti sbagli. Nessuno vince. Siamo tutti devastati e cerchiamo di venir fuori da questa sofferenza. Non avresti mai dovuto farmi questo. Secondo, non avresti mai dovuto farmi combattere così a lungo per dimostrartelo, non avresti dovuto farmi questo. Ma eccoci qui. Il danno è fatto, nessuno può disfarlo. E ora abbiamo entrambi una scelta. Possiamo lasciare che questo ci distrugga, io posso rimanere arrabbiata e ferita, e tu puoi patteggiare. Oppure possiamo affrontarlo. Io accetto il dolore e tu accetti la punizione e andiamo avanti.
La tua vita non è finita, hai decenni e anni di fronte a te per riscrivere la tua storia. Il mondo è grande, più grande di Palo Alto e di Stanford; troverai il tuo spazio in cui potrai essere utile e felice. Ora il tuo nome è macchiato ma ti sfido a fartene uno nuovo, a fare qualcosa di buono per il mondo, a soffiare via tutto il resto. Hai un cervello, una voce e un cuore. Usali saggiamente. Possiedi l’immenso amore della tua famiglia. Questo può spingerti ad affrontare tutto. La mia mi ha aiutato attraverso tutto questo. La tua ti sosterrà e andrete avanti.
Credo che un giorno capirai meglio tutto questo. Spero che tu possa diventare una persone più onesta, qualcuno che usi propriamente questa vicenda per prevenire altre storie simili, perché non accadano mai più. Ricostruisci la tua vita perché è l’unico modo che hai per aiutare gli altri.
Quando ho letto il rapporto dell’ufficiale giudiziario ero incredula, consumata dalla rabbia, trasformatasi poi in profonda tristezza. Le mie dichiarazioni erano state completamente distorte e messe fuori contesto. Ho lottato tanto durante questo processo perché i risultati non fossero minimizzati dall’ufficiale giudiziario che cercava di valutare il mio stato e i miei desideri in conversazioni di quindici minuti, la maggior parte dei quali passati a rispondere alle domande sul sistema legale. Il contesto è importante.
La mia vita è rimasta sospesa per oltre un anno, un anno di rabbia, angoscia e incertezza, fino a quando la giuria non ha avvalorato l’ingiustizia che ho subito. Se Brock avesse ammesso la sua colpevolezza, mostrando rimorso, avrei preso in considerazione una condanna più leggera, rispettandone l’onestà, grata della possibilità di andare avanti. Invece ha deciso di correre il rischio di andare a processo, sommando insulti all’ingiuria, forzandomi a rivivere il dolore dell’aggressione nel dettaglio, indagando la mia vita privata, dissacrandola in pubblico. Ha spinto me e la mia famiglia in un anno di inspiegabile e immotivata sofferenza, e deve affrontare le conseguenze dell’aver sfidato il suo crimine, dell’aver messo in dubbio il mio dolore, dell’averci fatto aspettare tanto per avere giustizia.
Ho detto all’ufficiale giudiziario che non volevo che Brock marcisse in prigione, ma non ho detto che non meritasse di stare dietro le sbarre. La raccomandazione dell’ufficiale giudiziario di un anno o poco meno nella prigione della contea è un lieve “time out”, uno scherno in confronto alla serietà della sua aggressione e al dolore cui mi ha sottoposta.
Ho detto all’ufficiale giudiziario che ciò che volevo era che Brock capisse, ammettesse di aver sbagliato. Sfortunatamente dopo aver letto le dichiarazioni della difesa sono solo rimasta fortemente delusa dal fatto che lui non abbia mostrato né sincero rimorso per la sua azione, né responsabilità alcuna per la sua condotta. Rispetto pienamente il suo diritto ad avere un processo, ma persino dopo che dodici giurati si sono unanimemente convinti della sua colpevolezza di tre reati, tutto quello che è stato capace di ammettere è di aver bevuto troppo.
Chi non è in grado di essere responsabile per le sue azioni non merita una sentenza mitigata. È profondamente offensivo che lui voglia provare a diluire lo stupro alludendo alla promiscuità. Per definizione lo stupro è l’assenza di promiscuità, lo stupro è l’assenza di consenso e mi turba moltissimo il fatto che lui non riesca a coglierne la differenza.
L’ufficiale giudiziario si è scomposto dicendo che l’imputato è giovane e non ha precedenti condanne. Secondo me invece è grande abbastanza per sapere che cosa è sbagliato. Quando compi diciott’anni in questo paese puoi guidare una macchina. Quando ne hai diciannove sei grande abbastanza per pagare le conseguenze dell’aver cercato di stuprare qualcuno. È giovane, ma è grande abbastanza per saperlo bene.
Questa è la prima offesa che ho percepito quando è stata chiesta indulgenza. Dall’altra parte, come società, non possiamo perdonare ogni prima aggressione sessuale o stupro. Non ha senso. La serietà dello stupro deve essere comunicata chiaramente, non possiamo creare una cultura in cui si impari che lo stupro è sbagliato solo dopo lunghi processi. Le conseguenze delle aggressioni sessuali devono essere severe abbastanza perché la gente capisca l’importanza di conservare le proprie capacità di giudizio, anche da ubriaca. Devono essere severe abbastanza per prevenire.
Il fatto che Brock fosse un atleta in una prestigiosa università non dovrebbe essere visto come un diritto alla clemenza, ma come un’opportunità per mandare un forte messaggio culturale: l’aggressione sessuale è contro la legge, indipendentemente dalla classe sociale. L’ufficiale giudiziario ha tenuto conto del fatto che si fosse arreso e avesse una borsa di studio grazie al nuoto. Se fossi stata stuprata da un collegiale ma che non praticasse sport, la sentenza sarebbe stata sempre questa? Se si fosse trattato di un imputato proveniente da un ambiente sociale disagiato, per la prima volta sotto processo ma accusato di tre reati, e questi non avesse mai mostrato alcun pentimento né ammissioni di responsabilità per le sue azioni, se non quella di aver bevuto troppo, quale sarebbe stata la sentenza? Quanto sia veloce a nuotare non riduce la gravità di ciò che mi ha fatto.
L’ufficiale giudiziario ha dichiarato che questo caso, comparato con altri crimini di simile natura, potrebbe essere considerato meno grave a causa del livello di intossicazione dell’imputato. Sembrava serio. Questo è tutto ciò che ho da dire.
Sarà segnato a vita nel registro degli stupratori. Anche questo, proprio come quello che lui ha fatto a me, non sbiadirà, non andrà via col passare degli anni. È con me, è parte della mia identità, è qualcosa che ha cambiato per sempre il modo in cui vedo me stessa, il modo in cui vivo il resto della mia vita.
È trascorso un anno e lui ha avuto molto tempo. Sta vedendo uno psicologo? Cos’ha fatto nell’anno passato per dimostrare un qualche progresso? Se dicesse di voler cambiare, cosa farebbe per mostrarlo?
Durante l’incarcerazione spero gli forniscano una terapia e delle risorse appropriate a ricostruire la sua vita. Vorrei che fosse educato riguardo i problemi delle aggressioni sessuali nei campus. Spero che accetti la punizione e che questa lo spinga a rientrare in società come un individuo migliore.
Per concludere voglio dire grazie. Grazie a tutti, da chi mi ha preparato il porridge quando mi sono svegliata in ospedale quella mattina, al vicesceriffo che ha aspettato accanto a me, dall’infermiera che mi ha calmata, all’ispettore che mi ha ascoltata senza mai giudicarmi, dagli avvocati che sono stati risolutamente al mio fianco, ai terapisti che mi hanno insegnato il coraggio nella vulnerabilità, dal mio capo per essere stato comprensivo e gentile, ai miei incredibili genitori che mi hanno insegnato come trasformare il dolore in forza, dai miei amici i quali mi ricordano sempre come essere felice, al mio ragazzo che è paziente e amorevole, dalla mia inespugnabile sorella che è l’altra metà del mio cuore, ad Alaleh, il mio idolo, che ha combattuto senza requie e non ha mai dubitato di me. Grazie a tutte le persone coinvolte nel processo per il loro tempo e per la loro attenzione. Grazie a tutte le ragazze che mi hanno scritto cartoline da tutto il mondo. A così tanti estranei è importato di me.
Ma, cosa più importante, grazie ai due uomini che mi hanno salvata, e che devo ancora incontrare. Dormo con due biciclette disegnate sopra il letto per ricordarmi che in questa storia ci sono stati anche degli eroi. Che stiamo cercando.
Grazie perché ho conosciuto tutte queste persone, per aver sentito la loro protezione, il loro amore. Qualcosa che non dimenticherò mai.
E infine, a tutte le ragazze, ovunque voi siate. Io sono con voi. Nelle notti in cui vi sentite sole, io sono con voi. Quando la gente dubita di voi o vi ignora, io sono con voi. Ho combattuto ogni giorno per voi. Quindi non smettete di combattere, io credo in voi. I fari non corrono in giro per le isole in cerca di barche da salvare. Stanno semplicemente lì, fermi, a brillare. Anche se vorrei salvare ogni barca, spero che parlando oggi vi abbia fatto arrivare un po’ di questa luce, un po’ di consapevolezza del fatto che non potete essere messe a tacere, un po’ di soddisfazione perché ci può essere giustizia, la piccola certezza che stiamo ottenendo qualcosa da qualche parte, e la grande certezza che siete importanti, senza dubbio, siete intoccabili, siete bellissime, avete un valore, dovete essere rispettate, innegabilmente, ogni minuto della vostra vita, siete potenti e nessuno potrà mai portarvelo via.
A tutte le ragazze, ovunque voi siate, sono con voi. Grazie.
